#NBApreview: Miami, sotto al sole nessun si muove

di Paolo Terrasi
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I Miami Heat sono un contesto molto strano nella NBA odierna. Sono riusciti ad "atterrare in piedi" dopo i fasti di Lebron James, rimanendo una squadra da Playoff, seppure senza troppe ambizioni; sono una meta ambita dai giocatori, sia per il clima e le opportunità economiche di un grande mercato come la Florida, sia per l'organizzazione, presieduta da un mostro sacro del gioco come Pat Riley e che vede in panchina un coach di alto livello come Spoelstra.
La stranezza sta nel fatto che nonostante questi fattori, gli Heat, al momento, non siano "né carne né pesce": l'unico All Star nominale della squadra, Goran Dragic, per quanto di altissimo livello, è lontano dall'essere un giocatore capace di spostare gli equilibri di una franchigia; l'altro giocatore di punta, Hassan Whiteside, dopo essere stato scoperto dal nulla da Riley stesso (tappe in Cina ed in Libano, prima di riuscire ad affermarsi come uno dei migliori Rim protector della lega), è in rotta con la dirigenza a fasi alterne a causa del suo caratteraccio, anche se al momento la frattura sembra essersi ricomposta.

Il resto del roster rispecchia la premessa iniziale: ottimi giocatori di rotazione, ma nessuna eccellenza. Il salary Cap, manco a dirlo, è ingessatissimo ed addirittura in luxury per questa incombente stagione e probabilmente (se verranno esercitate le player option di Whiteside, Tyler Johnson, e Dragic) anche per tutto il 2020. Il duro lavoro potrà magari portare qualche vittoria in più a South Beach, considerando anche il roster, in attesa della decisione di Dwyane Wade, totalmente identico alla scorsa stagione, ma gli alti piani della lega sono ancora lontanissimi. 


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