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La NBA, Boston e le tre finali di Eurolega: l’affermazione di Datome

di Ennio Terrasi Borghesan
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La carta d’identità dice Montebelluna, provincia di Treviso. Lì Luigi Datome è nato il 22 novembre 1987: Montebelluna in realtà è il paese di origine della mamma Antonella, che peraltro è nata e cresciuta ad Asmara in Etiopia dove il nonno era emigrato negli anni Venti, ma Gigi ha vissuto in Veneto solo pochi giorni, prima di trasferirsi a Olbia, la base di tutta la sua vita. Il fratello maggiore, Tullio, il suo punto di riferimento crescendo, è nato anche lui a Montebelluna. La compagna di Gigi, Camilla, è di Olbia. E Olbia è il posto dove ha trascorso il periodo di lockdown, allenandosi al Pala Datome che non è intitolato a lui come molti pensano, ma allo zio Roberto scomparso prematuramente in un incidente stradale.E’ lì che ha imparato a stare in forma con il tabata, “che prima non sapevo neppure cosa fosse”, scherza (il tabata è un allenamento ad alta intensità in cui ogni esercizio viene eseguito per 20 secondi e seguito da 10 secondi di pausa).

In sostanza, ancora prima di Roma, Olbia è il posto in cui è diventato un giocatore. Piero Pasini una volta lo provocò durante l’intervallo di una partita: gli disse che aveva paura, che se la stava facendo sotto. Gli fece scattare la rabbia, l’orgoglio. Andrea Carosi, un altro dei suoi allenatori, gli scrisse un biglietto quando aveva 15 anni e giocava in Serie B: “Per diventare qualcuno ricordati che non sei nessuno. Per diventare qualcuno rimani il Luigi di adesso”. Quel consiglio l’ha trasformato in un mantra, il manifesto della sua esistenza. Di qui probabilmente le tante passioni che lo rendono – con sua grande sorpresa – una persona diversa dallo stereotipo dell’atleta moderno. La passione per i libri risale agli anni dell’adolescenza con la saga di Harry Potter, al periodo di Roma risale quella per la chitarra, che lo accompagna ovunque, nelle stagioni di Istanbul ha cominciato a disegnare. Resta un personaggio curioso, che legge tra la fine del riscaldamento e il discorso prepartita dell’allenatore, legato alle proprie origini, alla famiglia, e smanioso di conoscere il mondo in cui vive.

La sua carriera decollata verso Siena, con la deviazione inattesa verso Scafati – che era in Serie A, a quei tempi -, e poi Roma con il titolo di MVP e la finale scudetto, lo portò dunque nella NBA. Quando gli dei vogliono punirci, esaudiscono le nostre preghiere. La frase appartiene ad Oscar Wilde, è uno dei suoi celebri aforismi, che contiene un fondo di verità. Gigi Datome nell’estate del 2013, dopo una stagione da MVP del campionato italiano e la finale scudetto con Roma, festeggiò il suo ingresso nella NBA, con un contratto biennale firmato da Joe Dumars, uno dei grandi del basket degli anni ’80 e ’90, due volte Campione NBA con i Pistons, l’unica squadra per cui avesse mai giocato e in seguito lavorato vincendo anche da general manager. Ma Dumars era a fine corsa, così come il capo allenatore Maurice Cheeks: Datome non ebbe spazio a Detroit, anche a causa di una preseason saltata tutta dopo un infortunio rimediato agli Europei del 2013. L’anno dopo, con un nuovo boss, Stan Van Gundy, le cose andarono anche peggio e Gigi fu costretto a tre partite in G-League insieme a Spencer Dinwiddie che adesso è una star a Brooklyn. Un’esperienza frustrante che si tramutò in qualcosa di indimenticabile nel febbraio del 2015 quando venne ceduto a Boston e dopo qualche settimana di adattamento entrò nella rotazione dei Celtics, giocando anche bene e debuttando nei playoff, nella serie persa contro i Cleveland Cavaliers che quell’anno avrebbero vinto il titolo trascinati da LeBron James. In quei due mesi a Boston, Datome dimostrò di essere un giocatore NBA, si tolse la soddisfazione incredibile di giocare in una delle città storiche del basket mondiale, indossando un’uniforme unica. Cominciò anche ad indossare il suo numero 70.

L’estate del 2015 è stata quella in cui avrebbe potuto venire a Milano. Non è un mistero, perché l’Olimpia confessò il proprio interesse. Ma gli interessi allora non erano coincidenti. Il Fenerbahce aveva appena giocato le Final Four di EuroLeague e aveva la struttura per puntare al titolo. Datome andò a Istanbul giocando la finale per il titolo tre volte di fila. Dopo la delusione di Berlino 2016 e il trionfo di Istanbul 2017, segnò 16 punti in 26 minuti nella semifinale con lo Zalgiris a Belgrado ottenendo il terzo visto consecutivo per la madre di tutte le partite, perdendola 85-80 contro il Real Madrid. Nel 2019 a Vitoria, dopo un anno record, 25-5 in stagione regolare, 3-1 allo Zalgiris nei playoff, il Fenerbahce arrivò spento in terra basca, vittima degli infortuni e perse la semifinale con l’Efes che Gigi non ebbe neppure la possibilità di giocare. A Istanbul, ha vinto comunque anche tre titoli turchi, uno da MVP nel 2016, tre coppe nazionali, l’ultima nel 2020, la Coppa del Presidente. Un matrimonio perfetto. (2-continua)

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